mercoledì, 23 luglio 2008
La sanguinosa battaglia di Genova
   
di Nick Davies - da The Guardian

"Verità e Giustizia per Genova" ha tradotto e pubblicato un articolo apparso sul quotidiano britannico The Guardian il 17 luglio, a proposito delle sentenze sui processi per i fatti del G8 del 2001. L'autore cerca di trarre da Genova una lezione per tutte le cosiddette democrazie.
Era poco prima di mezzanotte quando il primo agente di polizia colpì Mark Covell con una manganellata sul braccio sinistro. Covell fece del suo meglio per gridare, in italiano, di essere un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato da agenti in tenuta antisommossa che lo colpivano con i manganelli.
Per qualche secondo, è riuscito a rimanere in piedi, fino a quando un colpo sul ginocchio non lo ha gettato sul pavimento. A faccia in giù nell'oscurità, escoriato e spaventato, si rendeva conto di avere agenti tutt'intorno, che si stavano ammassando per attaccare gli edfici delle scuole Diaz e Pertini, dove 93 manifestanti si erano accampati per passare la notte. La speranza di Covell era che gli agenti passassero attraverso la catena che chiudeva il cancello principale senza più occuparsi di lui.

Se fosse andata così, avrebbe potuto alzarsi e correre oltre la strada, per cercare riparo nel centro di Indymedia, dove aveva passato gli ultimi tre giorni a scrivere sul summit del G8 e sulla violenta gestione dell'ordine pubblico. In quel momento, un funzionario di polizia si è lanciato su di lui e gli ha dato un calcio al petto talmente forte da comprimere verso l'interno l'intera parte sinistra della sua gabbia toracica e rompendogli una mezza dozzina di costole, i cui detriti hanno perforato la pleura. Covell, un metro e sessanta, è stato letteralmente sollevato dal pavimento e sbalzato in strada dal calcio. Ha sentito il poliziotto ridere mentre un pensiero si formava nella sua testa: «Non me la caverò».

La squadra antisommossa stava ancora trafficando al cancello principale, e allora un gruppo di agenti pensò di ingannare il tempo usando Covell come pallone. Questa serie di calci gli ha procurato la frattura di una mano e lesioni alla spina dorsale. Da qualche parte alle sue spalle, Covell ricorda di aver sentito un altro agente gridare «Basta» prima di sentire il suo corpo trascinato sul pavimento.

A quel punto, un veicolo corazzato della polizia ruppe i cancelli della scuola e 150 agenti, per la maggior parte con caschi, scudi e manganeli, fece irruzione nell'edificio indifeso. Due agenti si fermarono per occuparsi di Covell: uno gli ha rotto la testa con il manganello; l'altro lo ha preso a calci in bocca, facendogli sputare una dozzina di denti. Covell svenne. Ci sono molte buone ragioni per non dimenticare quello che è successo a Covell, che allora aveva 33 anni, quella notte a Genova. La prima è che era solo l'inizio. Per la mezzanotte del 21 luglio 2001, quegli agenti di polizia stavano sciamando in tutti i piani della Diaz, e dispensavano il loro particolare tipo di punizione alle persone che stavan lì, fino a ridurre il dormitorio improvvisato in quella che più tardi uno degli agenti avrebbe descritto come «una macelleria messicana». Loro e i loro colleghi avrebbero poi arrestato illegalmente le vittime in un centro di detenzione, diventato un luogo di puro terrore.

La seconda ragione è che, sette anni dopo, Covell e le altre vittime stanno ancora aspettando giustizia. Lunedì, 15 poliziotti, guardie carcerarie e medici penitenziari sono stati finalmente condannati per la parte avuta nelle violenze–sebbene nessuno di loro andrà in prigione. In Italia, gli imputati non vanno in prigione fino a quando non hanno esaurito tutti i gradi di giudizio; e in questo caso, le condanne e le sentenze saranno cancellate dalla prescrizione, l'anno prossimo. Nel frattempo, i politici che erano responsabili per la polizia e per il personale penitenziario, non hanno mai dato alcuna spiegazione. Le domande fondamentali, su come tutto ciò sia potuto accadere, rimangono inevase e alludono alla terza e più importante ragione per ricordare Genova. Non è semplicemente la storia di un funzionario di polizia che esce dai ranghi, ma qualcosa di peggiore e più preoccupante sotto la superficie. Il fatto che questa storia possa essere raccontata è frutto di sette anni di duro lavoro di un gruppo di coraggiosi pubblici ministeri, guidati da Emilio Zucca. Aiutato da Covell e dal proprio staff, Zucca ha raccolto centinaia di testimonianze e analizzato cinquemila ore di video, oltre che migliaia di fotografie. Messi assieme, raccontano una storia incotrovertibile, che iniziò a svilupparsi mentre Covell sanguinava a terra.

La polizia fa irruzione nella scuola Diaz. Alcuni di loro gridavano «Black bloc! Vi uccideremo!», ma se avessero davvero pensato di avere di fronte gli anarchici del Blocco nero che avevano causato un violento caos in alcune zone della città nei giorni precedenti, avrebbero commesso un errore. La scuola era stata concessa dalla municipalità di Genova come base per i manifestanti che non avevano nulla a che fare con gli anarchici: avevano anche messo qualcuno di guardia per evitare infiltrazioni. Uno dei primi a vedere la squadra antisommossa fu Michael Geiser, un 35 enne economista belga, che poi ha descritto come in quel momento si era appena messo il pigiama e stava facendo la coda per il bagno, con tanto di spazzolino in mano, quando il raid ebbe inizio. Giesere crede nella forza del dialogo e all'inizio andò verso gli agenti dicendo «Dobbiamo parlare». Poi vide i giubbotti imbottiti, i caschi, i manganelli e cambiò idea scappando per le scale. Altri sono stati più lenti. Erano ancora nei sacchi a pelo. Un gruppo di dieci spagnoli si svegliò con i colpi dei manganelli. Alzarono le mani in segno di resa. E sempre più agenti li picchiavano in testa, tagliando e ferendo e rompendo arti, compreso il braccio di una signora di 65 anni. Da un lato della stanza, alcuni giovani sedevano davanti ai computer e mandavano email a casa. Una di loro era Melanie Jonasch, 28 anni, studente di archeologia a Berlino, volontaria nella gestione dell'edificio, che non era nemmeno stata alle manifestazioni. Lei ancora non riesce a ricordare cosa è successo. Ma molti altri testimoni hanno raccontato come gli agenti le si sono lanciati addosso, picchiandola in testa così forte da farle perdere subito i sensi. Quando cadde, gli agenti la circondarono, picchiandola ancora e prendendola a calci, sbattendole la testa contro una lavagna e lasciandola in una pozza di sangue. Katherina Ottoway, che ha visto tutto questo, ricorda: «Tremava tutta. I suoi occhi erano aperti ma girati. Pensavo che sarebbe morta». Nessuno di quelli che erano a terra è riuscito a evitare ferite. Come Zucca ha scritto nel suo atto d'accusa: «Nel giro di pochi minuti, tutti gli occupanti del piano terra erano stati ridotti in uno stato di completa impotenza, i lamenti dei feriti si mischiavano con il suono delle richieste di ambulanze». Poi i tutori della legge sono saliti lungo le scale. Nel corridoio del primo piano trovarono un gruppo di persone, compreso Geiser, ancora con lo spazzolino in mano. «Qualcuno consigliò di sdraiarci, per far vedere che non facevamo resistenza. E così ho fatto. Gli agenti sono arrivati e hanno iniziato a picchiarci, uno per uno. Mi sono protetto la testa con le mani e ho pensato ‘Devo sopravvivere'. La gente attorno gridava, ‘per favore, basta'. Anche io l'ho detto. Pensavo a una macelleria, ci stavano trattando come animali».

Gli agenti abbatterono le porte delle stanze che portavano fuori dal corridoio. In una stanza trovarono Dan MacQuillan e Norman Blair, arrivati da Stansted per mostrare il loro appoggio «a una società libera e uguale dove le persone vivono in armonia». I due inglesi e il loro amico neozelandese Sam Buchanan avevano sentito l'attacco ai piani inferiori e stavano cercando di nascondersi sotto alcuni tavoli nell'angolo di una stanza buia. Una decina di agenti fece irruzione e li scovò con una torcia e, per quanto MacQuillan stesse con le mani alzate dicendo ‘Piano, piano', li picchiarono, causandogli molte ferite e tagli e rompendo il polso di MacQuillan. Norman Blair ricorda: «Potevo sentire il veleno e il loro odio». Gieser era nel corridoio: «La scena attorno a me era coperta di sangue, dappertutto. Un poliziotto gridò ‘Basta'. Una parola che sembrava una speranza. Eppure non si fermavano. Continuavano con piacere. Alla fine si sono fermati, ma come se si togliesse un giocattolo a un bambino, riluttanti». In quel momento c'erano agenti in tutti i quattro piani dell'edificio, che prendevano a calci e picchiavano. Molte vittime hanno descritto una specie di sistema della violenza, con ogni agente che picchiava ogni persona che si trovasse davanti, prima di passare alla successiva, mentre un collega picchiava quella di prima. Sembrava importante che chiunque fosse ferito. Nicola Doherty, 26 anni, un'assistente di Londra, ha descritto come il suo partner Richard Moth si sia sdraiato per proteggerla: «Potevo sentire ogni colpo sul suo corpo. I poliziotti si spostavano oltre Richard per colpire ogni mia parte esposta». Ha cercato di proteggersi la testa con le mani e le hanno rotto un polso.
In uno dei corridoi, gli agenti avevano ordinato a un gruppo di giovani uomini e donne di inginocchiarsi per poterli picchiare meglio sulle spalle e sulla testa. E' stato in quel momento che Daniel Albercht, 21 anni, studente di violoncello di Berlino, ha riportato una frattura alla testa talmente profonda da avere bisogno di un'operazione chirurgica per fermare l'emorragia celebrale. Attorno all'edificio, gli agenti avevano impugnato i manganelli al contrario, per usare l'impungatura a L come un martello. E in tutta questa violenza, ci sono stati momenti in cui la polizia ha preferito l'umiliazione: l'agente che stava a gambe divaricate di fronte a una donna ferita e inginocchiata, le ha preso la testa per tirarsela verso l'inguine, prima di girarsi e fare la stessa cosa con Daniel Albercht, inginocchiato accanto a lei; l'agente che durante i pestaggi ha usato il coltello per tagliare una ciocca di capelli alle sue vittime, compreso Nicola Doherty; gli insulti continui; l'agente che ha chiesto a un gruppo di persone se stavano bene e ha reagito con una nuova manganellata a chi ha detto ‘No'.

Qualcuno è sfuggito, almeno per un po'. Karl Boro è riuscito a raggiungere il tetto ma poi ha fatto l'errore di rientrare nell'edificio, dove lo hanno ridotto con un braccio ferito, una frattura cranica e sangue nel petto. Jaraslaw Engel, dalla Polonia, era riuscito a usare le impalcature attorno all'edificio per uscire dalla scuola, ma è stato intercettato in strada da alcuni agenti, che gli hanno rotto la testa, prima di mettersi a fumare mentre il suo sangue bagnava l'asfalto. Due degli ultimi a essere presi sono stati una coppia di studenti tedeschi, Lena Zuhlke, di 24 anni, e il suo compagno Niels Martensen. Si erano nascosti in un armadietto delle pulizie, al piano superiore. Hanno sentito gli agenti avvicinarsi, sbattendo i manganelli lungo i muri. La porta dell'armadietto si aprì, Martensen è stato trascinato fuori e picchiato da una decina di agenti in semicerchio attorno a lui. Zulkhe è scappata nel corridoio e si è nascosta nei bagni. Gli agenti l'hanno vista, inseguita e trascinata per i dreadlock. Nel corridoio, hanno giocato con lei come cani con un coniglio. E' stata picchiata in testa e presa a calci quando era a terra, fino a che non le hanno rotto le costole. E' stata bloccata al muro, dove un agente le ha dato una ginocchiata all'inguine, mentre gli altri continuavano a pestarla con i manganelli. Quando è scviolata a terra, hanno continuato a picchiarla: «Sembrava che si divertissero e quando gridavo sembrava che si divertissero di più».

Gli agenti trovarono un estintore e spruzzarono la schiuma sulle ferite di Martensen. La sua compagna è stata trascinata per le scale, dai capelli, testa in avanti. Hanno portato Zulkhe fino al piano terra, dove avevano radunato tutti i prigionieri dagli altri piani, in un caos di sangue ed escrementi. L'hanno gettata su altre due persone, immobili, tanto che Zulkhe chiese cautamente se erano ancora vivi. Senza risposta, anche lei si accasciò sul pavimento, incapace di muovere il braccio destro, e di fermare il tremore al braccio sinistro e alle gambe, nonché il sangue. Un gruppo di agenti passava lì vicino, e ciascuno si tolse il fazzoletto per sputarle addosso. Perché dei tutori della legge possono comportarsi con tanto disprezzo della legge? La semplice risposta può essere quella che veniva gridata dai manifestanti fuori dalla scuola, che scelsero una parola che sapevano i poliziotti avrebbero capito. «Bastardi». Ma c'è qualcos'altro, qui, qualcosa emerso più chiaramento nei giorni successivi.

Covell e decine di altre vittime furono portate nell'ospedale San Martino, dove gli agenti camminavano nei corridoi facendo suonare i manganelli nel palmo delle mani, ordinando ai feriti di non guardare fuori dalla finestra o di non muoversi, tenendoli ammanettati e poi, spesso con le ferite ancora non chiuse, portandoli con decine di altri manifestanti nel centro di detenzione di Bolzaneto. I segni di qualcosa di peggiore apparvero all'inizio in modo superficiale. Alcuni agenti avevano canzoni fasciste come suonerie dei loro telefonini e parlavano con entusiasmo di Mussolini e Pinochet. Più volte, è stato ordinato ai prigionieri di gridare «Viva il duce». Alcune volte, i prigionieri sono stati minacciati per costringerli a cantare canzoni fasciste. Le 222 persone detenute a Bolzaneto sono state sottoposte a condizioni che i pubblici ministeri hanno descritto come tortura. Al loro arrivo, venivano marchiati con una croce di vernice su ogni guancia e molti di loro sono stati costretti a camminare in mezzo a due linee parallele di funzionari che li prendevano a calci e a manganellate. La maggior parte è stata ammassata in celle grandi, con oltre 30 persone. Lì venivano costretti a rimanere in piedi per molto tempo, con la faccia verso il muro, le braccia alzate e le gambe larghe. Chi non ce la faceva, veniva insultato, picchiato umiliato. Mohammed Tabach, con una gamba artificiale, non poteva farcela e si è beccato due spruzzate di spray urticante in faccia e poi un pestaggio particolarmente brutale. Norman Blair avrebbe poi ricordato che mentre stava in questa posizione, un agente gli chiese: «Chi è il tuo governo»? «La persona prima di me aveva risposto Polizei e io ho fatto la stessa cosa per non essere picchiato». Stefan Bauer ha osato replicare: quando un agente che parlava tedesco gli ha chiesto di dove fosse, lui ha risposto che era dell'Unione europea e aveva il diritto di andare dove voleva. E' stato preso, picchiato, spruzzato con lo spray urticante, spogliato nudo e gettato sotto una doccia gelata. I suoi vestiti sono stati gettati via ed è stato rimandato nella cella gelata solo con addosso una tuta da ospedale. Tremando sul freddo marmo della cella, i prigionieri non ricevevano né coperte, né cibo e gli veniva negato il diritto di fare una telefonata a un legale, cui avrebbero avuto diritto. Dalle altre celle si sentivano urla e pianti. Agli uomini e alle donne con i dreadlock sono stati tagliati grossolonamente i capelli fino alla cute. Marco Bistacchia è stato portato davanti a un agente, spogliato, fatto inginocchiare, abbaiare come un cane e gridare «Viva la polizia italiana». Un agente ha detto al quotidiano italiano La Repubblica, in condizioni di anonimato, di aver visto alcuni agenti urinare addosso ai detenuti e picchiarli per essersi rifiutati di cantare Faccetta nera, una canzone dell'era fascista. Ester Percivati, una giovane donna turca, ricorda le guardie che la insultavano mentre andava in bagno, dove un'agente donna l'ha costretta a infilare la testa nella tazza, mentre un maschio commentava, «Bel culo! Ci vuoi un manganello?». Molte donne hanno riferito di minacce di stupro. Perfino l'infermeria era pericolosa. Richard Moth, coperto di tagli ed escoriazioni, ha avuto suture sulla testa e sulle gambe senza anestesia: «Un'esperienza molto dolorosa. Dovevano tenermi fermo. ». Tra i condannati di lunedì c'è anche personale medico della prigione. Tutti sono d'accordo che non si trattava di un modo per far parlare i detenuti, ma solo di un esercizio di paura. Che ha funzionato. Nelle dichiarazioni, i prigionieri hanno descritto le loro sensazioni di impotenza, di isolamento dal resto del mondo, in un mondo senza leggi né regole. La polizia ha perfino fatto firmare delle dichiarazioni di rinuncia a tutte le tutele legali. Un uomo, David Laroquelle, ha testimoniato di essersi rifiutato di firmare, e di aver avuto tre costole rotte. Anche Percivati si è rifiutata, ed è stata sbattuta contro un moro, occhiali rotti e naso sanguinante. Il mondo esterno ha ricevuto alcuni resoconti molto distorti di tutto questo. Nell'ospedale di San Martino, il giorno dopo il suo pestaggio, Covell si sentì scuotere da una persona che gli sembrò essere dell'ambasciata britannica. Solo quando ha visto il fotografo accanto a lei ha capito che era una reporter del Daily Mail. In prima pagina, il giorno dopo, c'era un resoconto del tutto falso che lo descriveva come il cervello delle rivolte. [Quattro lunghi anni più tardi, il Mail ha chiesto scusa e ha pagato a Covell il risarcimento per l'invasione della privacy]. Mentre i suoi cittadini venivano picchiati e tormentato in uno stato di detenzione illegale, i portavoce del primo ministro Tony Blair, dichiarava: «La polizia italiana ha dovuto svolgere un compito difficile. Il primo ministro crede che lo abbiano fatto». La polizia italiana ha fornito ai media una ricca messe di falsità. Perfino mentre i corpi sangunanti venivano portati via dalla Diaz, gli agenti dicevano ai giornalisti che le ambulanze che erano sul posto non avevano nulla a che vedere con il blitz e che le ferite, chiaramente freschissime, erano vecchie e che l'edificio era pieno di violenti estremisti che avevano attaccato gli agenti. Il giorno dopo, alti funzionari hanno tenuto una conferenza stampa per annunciare che tutte le persone trovate nell'edificio sarebbero state accusate di resistenza e di associazione a delinquere finalizzata al saccheggio. I tribunali italiani hanno fatto cadere ogni capo d'accusa contro ogni persona. Compreso Covell. I tentativi della polizia di accusarlo di una serie di reati molto gravi sono stati descritti dal pm Zucca come «grotteschi».

In quella stessa conferenza stampa, la polizia mostrò un bagaglio di quelle che secondo loro erano armi. C'erano sbarre, martelli, chiodi che gli agenti stessi avevano preso da un magazzino di edilizia vicino alla scuola. C'erano strutture di zaini in alluminio, presentate come armi offensive; 17 macchine fotografiche; 13 paia di occhialetti da piscina; 10 coltellini e una bottiglia di lozione solare. Mostrarono anche due bottiglie molotov che, ha concluso Zucca, la polizia aveva trovato prima in un'altra zona della città e portato alla Diaz dopo la fine del raid. Questa disonestà pubblica era parte di un più ampio sforzo per insabbiare quello che era successo. Nella notte del raid, un reparto di 59 poliziotti è entrato nell'edificio di fronte alla Diazx, dove Covell e altri avevano allestito il loro centro media e dove, elemento cruciale, era sistemato un gruppo di avvocati che avevano raccolto le prove della violenza della polizia nelle manifestazioni dei giorni precedenti. Gli agenti sono entrati nella stanza degli avvocati, minacciato gli occupanti, distrutto i computer, sequestrato gli hard-disk e portato via qualsiasi cosa contenesse foto o filmati. Mentre i tribunali rifiutavano di convalidare le accuse contro gli arrestati, la polizia riuscì ad ottenere un ordine di espulsione per tutti gli stranieri, con il divieto di ritorno in Italia per cinque anni. Così, i testimoni venivano tolti di scena. Come per le accuse, gli ordini di espulsione sono stati poi cancellati, in quanto illegali, dal tribunale.

Zucca si è aperto la strada attraverso anni di dinieghi e insabbiamenti. Nel suo resoconto, ha scritto che tutto i funzionari di alto rango hanno negato di aver avuto un ruolo: «Non un solo funzionario ha ammesso di aver avuto un ruolo di comando in qualche aspetto dell'operazione». Un funzionario che aveva era stato ripreso in un video sul posto, ha poi spiegato che era fuori servizio e che era lì sono per assicurarsi che i suoi uomini non fossero feriti. Le dichiarazioni della polizia sono state mutevoli e contraddittorie e contraddette dalla valanga di prove delle vittime e di molti video: «Non un solo agente dei 150 presenti ha riferito informazioni precise su un episodio individuale». Senza Zucca, senza l'atteggiamento fermo dei tribunali italiani, senza il lavoro di Covell nell'assemblare i video girati durante il raid alla Diaz, la polizia avrebbe potuto schivare la responsabilità e avrebbe potuto assicurarsi false accuse e perfino sentenze di condanna contro le vittime. Oltre al processo per Bolzaneto, concluso lunedì, 28 altri agenti, alcuni molto in alto nei ranghi, sono sotto processo per il raid alla Diaz. E di nuovo la giustizia è stata compromessa. Nessun politico italiano è stato chiamato a rispondere, nonostante il forte sospetto che la polizia abbia agito come se qualcuno avesse promesso l'impunità. Un ministro ha visitato Bolzaneto mentre i detenuti venivano maltrattati e apparentemente non ha visto nulla oppure non ha visto nulla che ha pensato di dover fermare. Un altro, Gianfranco Fini, ex segretario nazionale del partito neo-fascista Msi, e allora vice primo ministro–secondo i resoconti dei media di allora–era nel quartier generale della polizia. Non gli è mai stato chiesto di spiegare che ordini abbia dato. Molti delle centinaia di tutori della legge coinvolti nella Diaz e a Bolzaneto se la sono cavata senza alcuna punizione o accusa. Nessuno è stato sospeso; alcuni sono stati promossi. Nessuno degli agenti processati per Bolzaneto è stato accusato di tortura–la legge italiana non prevede questo reato. Alcuni alti funzionari che in origine avrebbero dovuto essere accusati per il raid alla Diaz sono stati scagionati semplicemente perché Zucca non è riuscito a provare l'esistenza di una catena di comando. Anche adesso, il processo a 28 agenti è a rischio perché il primo ministro Silvio Berlusconi sta spingendo un disegno di legge per rinviare tutti i processi che hanno a che fae con fatti accaduti prima del giugno 2002. Nessuno è stato incriminato per la violenza inflitta a Covell. Come dice uno degli avvocati delle vittime, Massimo Pastore: «Nessuno vuole ascoltare ciò che questa storia ha da dire». Si tratta di fascismo. Ci sono molte voci sul fatto che la polizia, i carabinieri e il personale penitenziario appartenessero a gruppi fascisti, ma non sono state trovate le prove. Pastore dice che così, comunque, si manca il punto principale: «Non è questione di pochi fascisti ubriachi. Nessuno ha detto ‘no'. Questa è la cultura del fascismo». Al cuore, tutto ciò coinvolge quello che Zucca nel suo rapporto descrive come «una situazione in cui ogni stato di diritto è stato sospeso».

Cinquantadue giorni dopo l'attacco alla scuola Diaz, 19 uomini hanno usato aerei carichi di passeggeri come bombe volanti e hanno modificato il nucleo dei principi su cui le democrazie occidentali si erano basate. Da allora, politici che mai accetterebbero di essere chiamati fascisti, hanno accettato intercettazioni telefoniche di massa e controllo delle email, detenzioni senza processo, torture sistematiche, annegamento simulato dei detenuti, arresti domiciliari illimitati e l'uccisione mirata dei sospetti, mentre le procedure dell'estradizione sono state sostituite dalle extraordinary rendition. Non è fascismo con dittatori in stivali e schiuma alla bocca. E' il pragmatismo di politici rovesciati dal didentro. Ma l'esito sembra molto simile. Genova ci dice che quando lo stato si sente minacciato, lo stato di diritto può essere sospeso. Ovunque.
postato da: dorideni alle ore 19:55 | Permalink | commenti
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mercoledì, 18 giugno 2008
Con il governo di sua proprietà, Silvio Berlusconi ha varato l'ennesima legge-vergogna della sua nuova avventura da presidente del consiglio. I magistrati avranno pochissime possibilità di intercettare (e dunque di provare reati) con la soglia dei reati sopra ai 10 anni. I giornalisti non avranno nessuna possibilità di pubblicare le intercettazioni (e dunque di farle conoscere ai cittadini). Così il problema della legalità sarà risolto: non sapremo più nulla di truffe come “Calciopoli”, non sapremo più nulla di “furbetti del quartierino”, non sapremo più nulla di Parmalat e di reati finanziari, non sapremo più nulla delle “cliniche degli orrori” (l'ultima recente inchiesta è nata per truffa , reato ora sotto la soglia dei 10 anni, voluta da Berlusconi e dal vero ministro della giustizia, il suo avvocato Ghedini) .

Non si potrà intercettare neppure per scoprire i rapitori di un bambino (sequestro di persona: pena 8 anni, quindi sotto i 10 anni). Un'altra legge-vergogna che è anche una legge-vendetta : contro i magistrati che hanno sentito più volte la voce di Berlusconi, che non era intercettato, ma parlava con amici intercettati (Saccà, solo per esempio) . Una legge preventiva : così Berlusconi evita di cadere di nuovo nella rete di nuove indagini in futuro.

Un'altra legge “ad personam”, la più clamorosa delle leggi ad personam , perché fatta su misura non di una persona sola, ma dell'intera casta dei politici e degli imprenditori, che potranno continuare a delinquere senza alcun fastidio, nemmeno di leggere sui giornali le proprie conversazioni.

Il Consiglio d'Europa, nato per tutelare i diritti umani , ha sancito che per quanto riguarda i politici e gli amministratori pubblici, l'invocata e pretesa privacy ha meno valore, perche' deve prevalere sempre il diritto del cittadino ad essere informato".

I magistrati e i giornalisti che hanno intenzione di resistere, dovranno preparare l'obiezione di coscienza : ordinare e pubblicare intercettazioni contro la censura di regime, anche a costo di andare in galera. Questa è vera emergenza democratica: paralizzata la magistratura, imbavagliata l'informazione, minacciati i diritti dei lavoratori e per finire l'esercito per le strade.

Altro che nuovi rapporti tra maggioranza e opposizione: le destre costruiscono un regime e dal “governo ombra” non giunge neppure l'ombra di una vera opposizione. Com'è possibile che in Parlamento soltanto un veemente Di Pietro reagisca al più pericoloso e incredibile attacco alla democrazia, alla libertà e alla giustizia.

Com'è possibile che dal centrosinistra non giungano altro che timorosi e fastidiosi balbettii ..?!

In tutta Europa, solo l'Italia non ha più una forza di sinistra e socialista in Parlamento, anche grazie alla legge truffa del sistema elettorale maggioritario e senza voto di preferenza: senza una vera opposizione il Paese è condannato all'agonia, nelle mani di un regime corrotto e reazionario.

Nel sostanziale e imbarazzante silenzio dei media, soltanto poche, deboli ma coraggiose voci, tentano di resistere e scuotere un Paese distratto e incosciente .

Bisogna reagire e resistere a tutto questo e l' Associazione Nazionale Partigiani d'Italia c'è: c'è sempre stata .
postato da: dorideni alle ore 22:17 | Permalink | commenti
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lunedì, 19 maggio 2008
La Destra che ha stravinto si è resa conto che non basta berlusconizzare il Paese. Una destra zeppa di ceffi passati in giudicato, di collusi con la mafia, di tangentisti riciclati, di pseudosocialisti condannati, di fascisti travestiti da statisti, di servitori del Padrone, ha bisogno della legittimazione. Non basta vincere, occorre una nuova verginità che nasce dalla legittimazione ottenuta dal responso elettorale strappata con un apparato massmediatico che non ha paragoni in nessun paese occidentale, con l'appoggio dei poteri forti, della piccola e media borghesia, con una Chiesa accondiscendente, con una sinistra radicale ormai fuori dalla storia e con quel che resta della sinistra, ormai plagiata dalla nuova ondata della destra neoconservatrice e normalizzata dal buonismo veltroniano.
Per la Destra berlusconiana è priorità la normalizzazione della politica attraverso la quale ottenere la legittimazione definitiva anche dalla sinistra, dopo quindici anni trascorsi fra veleni, denuncie, messe al bando, girotondi, scandali, obbrobri politici.

Ora e solo ora, alla luce di una maggioranza schiacciante, la Destra offre la sua mela avvelenata al Veltronismo, unico rappresentante in pectore della Caporetto elettorale: collaborazione e comprensione, fino a ventilare un Governo Costituente pur di cancellare tutte le macchie di ogni singolo ceffo.

La mela avvelenata non è solo questo, ma anche una reciproca messa al bando di quelle schegge impazzite, spesso nemmeno propriamente appartenenti alla sinistra, che continuano imperterrite il loro lavoro di denuncia e che non hanno capito che una legittimazione elettorale non può che dipingerli come tanti Don
Chichotte, falsari, reazionari, pericolosi tomi, minaccia della democrazia popolare.

Alla richiesta implicita della Destra di legittimare posizioni come quella di Schifani, Dell'Utri, Previti, Berlusconi e di altri giannizzeri riciclati dopo Mani Pulite, si offre la possibilità di costruire un Paese normale.

Un'operazione dalla quale non ci sarà ritorno, quasi un timbro definitivo sui trascorsi di questi figuri per la cui legittimazione la Destra è disposta a dialogare con l'ex Comunista Napolitano, a riconoscere il 25 aprile e il primo maggio attraverso le parole dell'ex neofascista Fini, a promettere battaglie contro l'evasione fiscale, tema tanto caro alla sinistra, a non toccare i tetti pensionistici, perfino a promettere di tassare i poteri forti come le Banche.

Una specie di patto implicito sui temi tanto cari al Laburista de Noantri, Veltroni, cui, è risaputo, i vernissages e le operazioni di facciata sono sempre piaciute molto.

Ma la mela offerta dalla Destra è avvelenata per più di un motivo.

E'avvelenata perché non è sicuro che dopo la legittimazione degli status degli uomini della destra seguano poi i fatti, perché troppe volte alle promesse del Capo sono seguiti ripensamenti e voltafaccia plateali al limite della decenza, perché lo scotto della Bicamerale è ancora caldo, perché sono anni che si va avanti a forza di "sono stato frainteso".

Ma soprattutto perché non è menzionato il ganglio vitale del potere berlusconiano: i media.

Nulla sul conflitto d'interessi, nulla sulla situazione anomala che a breve riporterà sei TV in mano a Berlusconi, nulla sullo strapotere editoriale del Presidente del
Consiglio.

Insomma una richiesta di legittimazione fatta con la clava mediatica in mano, quasi una gentile richiesta strappata a forza.

In cambio la Destra non chiede solo la normalizzazione dell'anormalità, la legalizzazione delle illegalità, la collaborazione con istituzioni rappresentate da insostenibili figuri.

Essa chiede anche la collaborazione a decapitare le teste calde che continuano, imperterrite a demolire le losche figure dell'universo berlusconiano: Travaglio, Grillo, Santoro, Di Pietro e altre figure minori che non si sono mai arrese alla singolare situazione italiana e ne denunciano continuamente l'insostenibilità democratica.

La Sinistra pacioccona di Veltroni accetta. E i risultati iniziano a manifestarsi.

Travaglio, da sempre icona incontrastata dell'antiberlusconismo di tutte le sinistre, non è più difeso nelle sue arringhe accusatrici.

Da Finocchiaro a D'Alema, da Fassino a tutta la melassa liberal-social-catto-democratica hanno condannato affermazioni che fino a ieri erano elenchi di fatti oggettivi sottoscritti da tutti.

Con la sola esclusione di Di Pietro che, forte del suo 5%, diventa l'unico paladino del Centrosinistra nel perseguire anormalità, inciuci, denuncie di fatti paradossali per un Paese democratico occidentale.

Mentana organizza per Di Pietro, anzi, un'operazione che era fino a ieri tipicamente di Bruno Vespa: una trasmissione linciaggio dove lui per primo, con supporter insopportabili come Facci e Gasparri, metterà in pratica tutte quelle regole massmediatiche tipiche per demolire e ridicolizzare il malcapitato, il quale, infatti, mentre parla subisce: interruzioni continue, inquadrature di teste che scuotono la testa sconsolate, commenti ad alta voce degli altri ospiti
cui non è stato chiuso il microfono, sospiri amplificati, sovrapposizioni di più voci indignate, incitazioni continue come "Basta!, Smettila!", inquadrature con mani giunte e occhi al cielo, servizi esplicativi sperticatamente di parte.

Insomma la Destra offre collaborazione, clima pacato e costruttivo, politiche care alla sinistra, decisioni costituenti, buon senso spalmato a piene mani, normalizzazione dei rapporti; in cambio chiede la colpevolizzazione definitiva dei ribelli e la legittimazione definitiva dei suoi quadri, a prescindere dalla loro
storia giudiziaria, dalle loro posizioni di conflitti, dall'innalzamento a grado di "normale" per ceffi estremisti, neofascisti e perfino neonazisti.

Ma non molla di un millimetro sulla supremazia nei mass media. Anzi non ne fa cenno, non ne parla più.

Non si parla più della situazione illegale di Rete 4 ed Europa 7 che rischia di farci pagare penali salate, non si parla dell'obbrobrio televisivo, non si parla della
supremazia insostenibile di uomini di destra nel mondo dell'informazione.

Il patto prevede solo un reciproco scambio buon senso e alcuni favori.

La Destra lascia intendere che rinuncia ad un Governo forte, quale sarebbe nelle cose qualora decidesse di far valere i numeri, in cambio di collaborazione.

Collaborazione con Napolitano, Veltroni, perfino con i Sindacati.

Schifani rimpiange perfino la sinistra che non è più in Parlamento e pensa ad operazioni di recupero. Ma c'è chi vede sotto questa coltre di buonismo inaspettato ed insolito un tranello.

Dopo la legittimazione, forti della nuova verginità che le sinistre non potrebbero più rimangiarsi, la Destra berlusconiana potrebbe, con un escamotage, rovesciare il tavolo delle trattative e urlare all'impossibilità di venire a patti con coloro che potrebbero tornare ad essere comunisti di sempre, mai cambianti dentro . Il che sarebbe l'anticamera ad un'azione di governo ben più forte, quasi obbligatoria perché con questa sinistra è inutile e impossibile collaborare.

Doppio risultato alla fine: legittimazione non più sindacabile e l'obbligo di fare unilateralmente le riforme per il Paese perché non c'è collaborazione.

Con i numeri schiaccianti, con la legittimazione in tasca, con la finta rabbia di dover governare da soli, con le teste dei ribelli nel canestro, con i media intatti, con un Paese in continua lobotomizzazione nelle informazioni, con i poteri forti tutti incondizionatamente a favore, con la sinistra radicale sparita.

Ci sarebbe davvero la possibilità di un regime destabilizzante, legittimato.

La dittatura soffice

La mela ormai sarebbe morsa. La mela sarebbe dentro di noi, ineluttabilmente avvelenata
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domenica, 04 maggio 2008
Paolo Cacciari, ex deputato di Rifondazione: la soluzione per il futuro consiste nel provare a produrre trasformazione, partendo da un processo collettivo e plurale di autorappresentazione politica. Ma che vuol dire, si può sapere? Gian Paolo Patta, sindacalista, ex sottosegretario del Governo Prodi Bis: la sinistra deve ripartire da una vasta opposizione sociale nel Paese, a partire dalle fabbriche. Fabbriche? Ma di cosa sta parlando? In un'industria trentina con 150 dipendenti, solo per citare un caso tra i tanti, all'indomani delle elezioni molti operai hanno festeggiato i risultati portando al lavoro una torta, decorata con un grande scritta alla crema: “Grazie Silvio”. Se le risposte alla scomparsa della sinistra istituzionale sono il politichese incomprensibile o gli anacronismi di facciata possiamo concludere tranquillamente che il sipario è calato.

 Linguaggio chiaro, idee concrete
Eppure, il popolo della sinistra non è scomparso. Ha solo bisogno di facce rispettabili, idee concrete e linguaggio chiaro. La Lega ha sbancato al nord perché si è rivolta alla “pancia” della gente. E Berlusconi è ancora in sella grazie agli accattivanti miraggi che riesce a vendere fin dal '94. Non nascondiamoci dietro ad un dito e affrontiamo di petto la questione. Può permettersi la sinistra di non ascoltare le domande che provengono dalla “pancia” della popolazione e di non offrire una visione del mondo realmente nuova ed anche allettante? No. Non è più accettabile che al termine “sinistra” si associ solo l'immagine grigia di un mondo vecchio e stantìo. Cambiamo prospettiva. E la più concreta prospettiva, per la sinistra che vuole sopravvivere e ritrovare una propria identità, è quella di contrastare il dogma della crescita economica e di denunciare l'assurdità di questo mondo, che bada soltanto all'accumulo schizofrenico di merci e denari, dicendo le cose come stanno: che vi si vive da schifo. E che, invece, un mondo più “magro”, dove il mito del Pil, della produzione e dei consumi conta meno, è un mondo più “umano”. Più felice. Guardiamo in faccia le persone che sono convinte ossessivamente che se non si lavora, produce e consuma sempre di più tutto va a catafascio. Riflettiamo con loro: il produttivismo che insegue un Pil sempre più grasso e bulimico vale davvero la perdita del tempo dedicato alla famiglia e alle relazioni? Vale una tensione etnica e sociale legata all'irrefrenabile competizione globalizzata? Vale le mille psicopatologie di cui siamo affetti e alle quali cerchiamo di rispondere con gli psicofarmaci? Vale un mondo inquinato in cui non si riesce più a godere? Chi comincia a capire che si sta perdendo il piacere di vivere inizia a farsela sotto e qualche domanda in più, probabilmente, comincia a porsela.

Facce rispettabili
Inutile ripetere che gran parte dei politici della sinistra tradizionale sono incapaci di virare con decisione verso questa proposta di “nuova sinistra”. Per questo servono volti diversi, cercati in quella realtà in fermento che si manifestò per esempio nel 2001 a Genova (il riferimento è alla componente “civile” di quel movimento, e non ovviamente agli antagonismi impresentabili). E non sarebbe male che si ricominciasse a studiare: così come nel vecchio Pci si cresceva a pane e Marx, ora si dovrebbe ragionare e interrogarsi sugli scritti di Latouche, di Langer, di Castoriadis, di Gesualdi, di Pallante. Non per diventarne gli epigoni imbecilli, ma per maturare una coscienza politica che sulla via della cosiddetta “decrescita” sappia opporre una speranza genuina a quella illusoria e patinata del modello attuale. Se a questa sfida si crede di rispondere con gli anacronismi, con i personalismi, con i feticci dei simboli o con l'èlite dei segretariati non ci sarà davvero alcuno spazio per un altro mondo in futuro. Dovremo limitarci a correre su questo treno, osservando lo sfacelo dal finestrino. Nella speranza che alla guida ci sia un macchinista abile a farci schiantare con il minor dolore possibile.
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venerdì, 25 aprile 2008
Quali sono le ragioni del successo di Berlusconi? Vediamo cosa dicono gli snob dell'Economist. La prima la riassumo, intanto è aria fritta: il centro sinistra non ha fatto le riforme.

Ma la seconda va citata per esteso, perchè qualche volta gli snob sanno essere più sagaci dei riformisti.

"La seconda spiegazione per il successo di Mr Berlusconi è, come sempre, la sua presa sui media italiani. Attraverso il suo impero Mediaset egli controlla la gran parte della teelvisione privata italiana. Ora che è di nuovo al governo controllerà anche, indirettamente, la televisione di stato, e ciò gli consentirà di influenzxare all'incirca il 90% di tutta la tv in Italia. Va assegnato a imperituro discredito del centro sinistra il fatto che, nel corso delle due fasi recenti in cui è stato al governo, non ha fatto nulla per affrontare il conflitto d'interessi di Berlusconi nel campo mediatico. Né ha fatto alcunchè per rovesciare il pasticcio di leggi e procedure che Berlusconi ha promosso per evitare condanne nella miriade di processi che i magistrati italiani hanno aperto contro di lui"

Tenere a portata di mente la citazione, incluse le righe in grassetto. Servirà a rispondere ai quaqquaraqquà, ai proprietari di media e ai loro servitorelli, che continuano a sostenere che le televisioni non contano per decidere chi vince e chi perde.

I più furbi, o i meno scemi, tirano fuori i dati di qualche sconfitta berlusconiana. Come se non sapessero che non si vince in una serata. Si vince con gli anni, attraverso la sedimentazione di immagini e concetti. Berlusconi ha vinto negli anni, e ha abbattuto a terra l'intellingeza di milioni. Tra i quali possiamo annoverare i quaqquaraqquà di cui sopra, molti dei quali sono per giunta di sinistra.
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lunedì, 14 aprile 2008
Il disastro annunciato si è compiuto. Lo avevamo previsto(non è elegante dirlo, ma qui è indispensabile). Veltroni e il Partito Democratico avevano scommesso di vincere. Tecnicamente hanno perduto.

Il risultato è che hanno consegnato l'Italia a Berlusconi e alla Lega.La responsabilità è interamente la loro.Su un aspetto Veltroni ha vinto chiaramente: ha liquidato la sinistra.

In tutti i sensi: l'ha eliminata dal Partito Democratico, che ora è un'altra cosa, irreversibilmente (almeno fino a che esisterà come tale). E ha demolito la Sinistra Arcobaleno,che ora, addirittura, non sarà più rappresentata in una delle due Camere.

La Sinistra Arcobaleno ha ottenuto quello che ha cercato: una disfatta totale. Per reggere avrebbe dovuto capire la cosa più elementare ed evidente: che doveva puntare alla conquista di quella parte degli elettori del Partito Democratico che è ancora “di sinistra”.

Ma per fare questo doveva distinguersi, smarcarsi nettamente e segnalare la sua diversità. Ma, poiché questa diversità non c'era, non ha saputo farlo.Come risultato ha perduto voti proprio in quella direzione (il voto “utile” per fermare Berlusconi, che alla fine si è rivelato non solo inutile ma catastrofico).

E, come secondo risultato, ha perduto una fetta cospicua di elettori delusi, arrabbiati, che si sono astenuti o hanno disperso i loro voti. Poiché non c'è il minimo dubbio che la diminuzione dei votanti è tutta di sinistra e poi conteremo le bianche e le nulle.

Questo è il quadro che emerge dai primi dati del campione e difficilmente cambierà in modo sostanziale. Piangere e strapparsi le vesti è del tutto inutile e pregherei di non farloper evitare un consumo inutile di detersivi, ovvero dispendio di cellulosa di cui avremo bisogno molto presto.

Occorre mettersi al lavoro per ricostruire un movimento popolare di resistenza democratica. Non solo di sinistra ma, ripeto, di resistenza democratica, di difesa del territorio, di affermazione della supremazia del Bene Comune. Avremo bisogno di una visione comune per un'alternativa all'attuale organizzazione sociale che sta entrando nella sua agonia storica. Questa visione deve essere anch'essa costruita perché non c'è ancora. C'è un mosaico che non ha ancora trovato una sintesi. C'è bisogno di organizzare anche le nostre intelligenze.

L'Italia democratica e di sinistra non è scomparsa ma è stata annichilita da leader e partitiincapaci e senza destino che non hanno saputo rappresentarla e tanto meno guidarla.

Ma la questione non riguarda soltanto loro. E' il momento della riflessione critica, e questa concerne ciascuno di noi. E va fatta senza indulgere in diplomazie.

La battaglia sarà durissima e non possiamo farci illusioni.

Arriva al potere la feccia di questo paese, che, come primo atto di governo ci toglierà la Costituzione nata dalla Resistenza. Sono gli stessi che organizzarono il luglio del 2001 a Genova. E la situazione del mondo è critica. Saranno loro a gestire la crisi, e non è certo con i criteri del capitalismo compassionevole che vi si accingeranno.

Non cercheranno mediazioni e consenso. E se arriveranno decisioni di guerra le prenderanno senza esitazioni.

Cambia la musica. Per questa generazione di giovani sarà la prima, vera esperienza di una lotta senza esclusione di colpi. Dovranno impararla sul campo. Un campo dove i detentori del potere hanno anche l'informazione e la comunicazione dalla loro parte. Non dimentichiamolo.
Giulietto Chiesa
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domenica, 13 aprile 2008
odeVittorio
Eroe solitario!
tu che sapesti tacere,
ed accettasti il calvario,
d'esser soltanto stalliere.

                    Vittorio,
                    Eroe Resistente !
                    Al giudice decerebrato
                    tu non dicesti un bel niente !

Vittorio,
scaricati i cannoni,
tu offrivi baci e consigli
e solo carezze…
ai tuoi pony.

                    Vittorio,
                    passioni equestri
                    e - se capitava -
                    sequestri…

Vittorio,
padrino verace,
che, certo, un po' uccide,
ma…..tace.

                    Vittorio,
                    dalla faccia stanca,
                    quando beccasti 30 anni
                    per una “lupara bianca”...

Vittorio,
ingiusto è il destino
che dedico' film e lapidi
soltanto a quel Borsellino!

                    Vittorio,
                    tu pluriomicida,
                    non fosti mai Giuda!
                    ma Guida!

di Mimmo Lombezzi
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venerdì, 11 aprile 2008
Silvio Berlusconi:    Presidente della Repubblica
Marcello Dell’Utri:    Primo Ministro
Umberto Bossi:       Ministro degli Esteri
Giuliano Ferrara:      Ministro della Sanità
Giancarlo Fini:         Ministro degli Interni
Totò Cuffaro :         Ministro della Giustizia

Il resto sarà sorteggiato a Villa Arcore.

Forse in questo modo tutto il mondo si accorgerà dell’anomalia Italia e la NATO deciderà un’altra Operazione “Enduring Freedom”. Liberandoci definitivamente da questi giocolieri della Libertà.
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giovedì, 10 aprile 2008
''I libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della Resistenza, saranno revisionati''. Così ieri aveva dichiarato Marcello Dell'Utri. Oggi gli lancia una sfida lo storico Lucio Villari, ordinario di Storia contemporanea all'Università di 'Roma Tre: "Prendo in parola quello che il senatore Dell'Utri ha dichiarato e lo invito a far scrivere lui stesso un manuale di storia secondo i suoi intendimenti".

Vittorio Mangano, il mafioso che lavorava ad Arcore in qualità di dipendente del Cavaliere, a suo modo è stato ''un eroe''. Parola di Marcello Dell'Utri (nella foto insieme a Berlusconi) che con le sue dichiarazioni ha scatenato un vespaio di polemiche, con la sinistra che è andata all'attacco del senatore mentre Berlusconi si è affrettato a prenderne le difese.

I libri di storia ''non rappresentano la storia che abbiamo alle spalle con gli orrori del comunismo" ha ribadito oggi Silvio Berlusconi.

Quanto a Mangano, ''non era uno stalliere ma il fattore che ad Arcore stava con tutta la famiglia - ha innanzitutto puntualizzato - Poi ha avuto delle disavventure nella vita che lo hanno messo un po' in mano a una organizzazione criminale ma non ci risulta siano state pronunciate sentenze definitive nei suoi confronti".

"Dice bene Dell'Utri - ha aggiunto - perché Mangano fu tenuto in carcere, aggredito da un male, fino a un giorno prima della morte. E i pm si rivolgevano a lui affermando: 'Dì qualcosa contro Berlusconi e ti mandiamo a casa subito. Ma lui non inventò nulla contro di me".

A stretto giro la replica di Walter Veltroni, per il quale la proposta del Cavaliere di un test di saltute mentale per i magistrati ''come l'elogio di Mangano, condannato per reati molto gravi, sono la testimonianza di uno scarsissimo senso delle istituzioni e dello Stato''.

Ma voci indignate all'indirizzo di Dell'Utri e del Cavaliere si sono levate anche da altri esponenti politici. "Come si fa a dire 'faremo di tutto per estirpare definitivamente la mafia' e al tempo stesso definire il boss Mangano un eroe? - si chiede Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato e candidata alla Presidenza della Regione Siciliana - Sia chiaro che le due cose non stanno insieme e che questo atteggiamento ambiguo sulla mafia è inaccettabile".

''Ci vuole del coraggio - rimarca - per dire che Vittorio Mangano, ex boss del mandamento di Palermo-Porta Nuova, condannato per associazione per delinquere con la mafia al processo Spatola e per traffico di droga al maxi-processo di Falcone e Borsellino, morto in carcere nel 2000 quando già aveva subito una condanna in Assise per tre omicidi; ci vuole del coraggio, dicevo, per dire che una persona del genere sia un eroe. Quelle che Berlusconi chiama disavventure esistenziali di Mangano erano in verità un coinvolgimento mafioso pieno''.

Di segnali ''sconcertanti e inquietanti'' da parte del centrodestra parla Rita Borsellino. ''Le loro parole non solo mostrano disprezzo totale per i valori fondanti della nostra Costituzione e della nostra democrazia, ma - avverte - rappresentano un pericolo reale per i nostri giovani che hanno imparato ad avere per modello di eroe uomini come Giovani Falcone, Paolo Borsellino, Pio La Torre, Piersanti Mattarella e i tanti che contro gli assassini e i mafiosi hanno speso la propria vita''.

Per Giuseppe Giulietti, portavoce dell'associazione Articolo 21, le affermazioni di Berlusconi ''sulla 'salute mentale' dei giudici, e quelle di Dell'Utri sulla necessità di rivedere i libri di storia nel capitolo, per altro sempre assai scarno, dedicato alla Resistenza sono, se possibile, ancora più gravi delle già gravissime affermazioni di Bossi in materia di fucili".

Secondo Giulietti ''il reiterato attacco ai giudici e persino il tentativo di riabilitare il mafioso Mangano non sono una caduta di stile ma un lucido e cinico appello rivolto ai mondi della illegalità affinché scendano in soccorso di chi, dal punto di vista elettorale, si sente mancare la terra sotto i piedi e non esita a fare ricorso alle armi estreme".
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venerdì, 04 aprile 2008
   art_tibet
Un articolo di Michel Collon dal sito www.flickr.com sulle complicate strategie di manipolazione messe in campo a proposito della rivolta tibetana e, a seguire, il contributo di Gordon Thomas dal "Canada Free Press" al quale Collon si riferisce. Entrambi gli articoli, per Megachip, sono stati tradotti da Vera Cavallin.

Guardate bene questa foto "Soldati cinesi travestiti da monaci", che avete sicuramente gia' ricevuto o che riceverete ben presto. Sta facendo il giro del web, con il seguente commento:...
"Londra - 20 Marzo - il GCHQ, l'agenzia governativa delle comunicazioni che sorveglia elettronicamente meta' del mondo intero fino allo spazio, ha confermato l'accusa del Dalaï Lama secondo la quale l'Armata Popolare di Liberazione Cinese, tutta travestita da monaco buddista, avrebbe provocato i moti di rivolta che hanno ucciso o ferito centinaia di Tibetani..."


Controllate sul sito:

http://flickr.com/photos/macy_miao/2370855959/in/pool-tibetphoto

Questa foto, che dovrebbe fungere da prova, ha indignato molti. Ora, guardatela attentamente e giochiamo insieme a chi trova i 7 errori...

I SETTE ERRORI:

1. Vi e' mai capitato di vedere una foto satellitare presa da una tale angolazione?

2. Ci hanno detto che i soldati si travestono da monaci per provocazione, sarebbero cosi stupidi da farlo proprio nel bel mezzo della strada?

3. Ci hanno detto che la foto e' recente, risale a poco prima degli ultimi episodi. Chi o che cosa puo' provarlo?

4. Ho intervistato un amico che conosce il Tibet. Dice che questa foto non puo' esser stata presa il 14 Marzo sotto un sole primaverile perche' la primavera in Tibet quest'anno e' arrivata solo il 21 Marzo...

5. Sostiene inoltre che il colore dei taxi - bicicletta sia cambiato nel 2005 a Lhassa.

6. Dice poi che anche le uniformi che si vedono indossate dalla polizia non sono piu' le stesse da molto tempo.

7. Bisognava dunque avviare una nuova ricerca che ha fatto emergere una versione completamente diversa...

MA ALLORA LA FOTO DA DOVE VIENE?

In realta', la foto e' del 2003. In occasione delle riprese di un film i monaci si rifiutarono di fare da comparse. Se ne occuparono allora i soldati che nella foto, come si vede, ricevono i vestiti da comparse. Pratica corrente in queste zone, sembra. Ad ogni modo, niente a che vedere con le recenti immagini televisive che mostrano dei monaci violenti che distruggono negozi a Lhassa.

Bene, sembrava talmente grossa come notizia da doverla comunque verificare. Ed infatti potete trovare conferma a quanto detto sul sito pro-indipendentista che diffonde la foto accusatrice:

http://buddhism.kalachakranet.org/chinese-orchestrating-riots-tibet.htm .

La foto nel sito e' sottotitolata " Questa non e' una tattica nuova del Governo Cinese" come conferma la copertina del Rapporto 2003 del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy: questa foto sembra sia stata scattata dopo che dei monaci avevano rifiutato di fare da comparse in un film. I soldati allora erano stati incaricati di travestirsi per sostituirli.

Interrogato a riguardo, il webmaster del sito Internet ha risposto d'aver inserito la foto che accusava i Cinesi "al fine di mostrare il tipo di tattiche ingannevoli che i Cinesi avevano utilizzato durante le sommosse recenti".

Ognuno e' libero di apprezzare tale deontologia giornalistica.

In seguito, tutti i vari gruppi interessati hanno semplicemente eliminato questo commento per far credere che la foto fosse recente e che si trattasse di una cospirazione cinese. E poi la foto ha fatto il giro del mondo...

" FOTO-SATELLITE?" NON E' LA PRIMA VOLTA...

1. Non e' la prima volta che vogliono mostrarci la verità tramite una foto - satellite. Nel 1990, gli Stati Uniti hanno voluto farci credere d'avere delle foto satellitari che "provavano" l'invasione prossima di Saddam Hussein in Arabia Saudita. Questi mezzi diabolici hanno sempre avuto grande rilievo nella manipolazione dell'opinione pubblica. Ho analizzato questa media-bugia nel mio libro " Attention, médias!" p .21.

2. Nel 2003 gli Stati Uniti hanno diffuso delle foto satellite che "provavano" il possesso di armi di distruzioni di massa da parte dell'Iraq.

3. Piu' di recente, hanno ripetuto la mossa contro l'Iran ( senza menzionare il fatto che Israele possiede duecento testate nucleari illegali).

UN'IMMAGINE PUO ' MENTIRE?

E' giunto quindi il momento di ricordare che con le immagini si puo' mentire.

Senza soffermarsi in tecniche grafiche particolari, dei grandi cineasti come Chris Marker hanno gia' dimostrato come un commento fotografico possa far dire qualsiasi cosa ad un'immagine. di fatto l'immagine stessa non ci dice:

1. Quando e'stata presa.

2. Cio' che mostra veramente.

3. Cio' che nasconde ( di fianco, ditreo, poi...)

Tutti noi ci siamo gia' fatti intrappolare da immagini simili nel passato. Ciascuno e' libero di farsi la propria opinione sulla questione del Tibet cercando di verificare le due versioni, studiando gli interessi in gioco da entrambe le parti, com'e' noto di George Bush che il Dalaï Lama ammira tanto.

In ogni caso noi abbiamo il diritto ad un'informazione non manipolata. Suggeriamo quindi alle persone che hanno diffuso questa immagine di diffondere anche il recitativo che l'accompagna. Grazie per l'attenzione.

MICHEL COLLON.

Dal sito web

http://flickr.com/photos/macy_miao/2370855959/in/pool-tibetphoto

Traduzione dell'articolo di Gordon Thomas " Brit spies confirm Dalai Lama's report of staged violence" - Canada Free Press - Friday, March 21, 2008 -

SPIE BRITANNICHE CONFERMANO IL RAPPORTO DEL DALAI LAMA SULLA VIOLENZA ORGANIZZATA

di Gordon Thomas

Londra, 20 Marzo 2008 - La GCHQ, l'agenzia governativa delle comunicazioni che sorveglia elettronicamente meta' del mondo intero dallo spazio, ha confermato l'accusa del Dalaï Lama secondo la quale l'Armata Popolare di Liberazione Cinese, tutta travestita da monaco buddista, avrebbe provocato i moti di rivolta che hanno ucciso o ferito centinaia di Tibetani.

Gli analisti della GCHQ credono che questa decisione sia stata calcolata accuratamente dai leaders di Beijing per fornire una scusa alla crescente tensione nella regione che sta attirando l'attenzione mondiale a causa dei prossimi Giochi Olimpici.

Per settimane ci sono stati rancori a Lhassa, la capitale del Tibet, nei confronti di azioni minori intraprese dalle autorità locali cinesi.

Sono andate in crescendo anche le azioni di disobbedienza dei monaci che chiedevano di veder riconosciuto il diritto a praticare i proprio rituali religiosi tradizionali. A cio' si aggiunga la richiesta continua del ritorno del Dalai Lama, il quattordicesimo eletto a detenere questo alto uffizio spirituale.

Impegnato nell'insegnamento dei precetti fondamentali legati alla proprio autorità morale - pace e compassione - il Dalai Lama aveva 14 anni quando l'Armata popolare di Liberazione Cinese invase il Tibet nel 1950 e fu costretto a fuggire in India da dove continua tuttora la propria campagna di denuncia contro la rigidita' della legge cinese.

Ma alcuni critici hanno obbiettato contro la sua tendenza a comportarsi da star cinematografica. Il magnate dei giornali Rupert Murdoch l'ha definito: " Un monaco impegnato con le scarpe di Gucci".

Dopo aver scoperto che i suoi sostenitori tanto in Tibet quanto in Cina sarebbero divenuti ancor piu' attivi nei mesi precedenti i Giochi Olimpici, i servizi segreti britannici a Beijing hanno appreso che il regime al potere avrebbe trovato ad ogni modo una scusa per soffocare le rivolte.

Questa paura venne espressa direttamente dal Dalaï Lama. I satelliti della GCHQ, posizionati nello spazio, avevano il compito di monitorare la situazione.

Il complesso edilizio della GCHQ, vicino all'ippodromo di Cheltenham, ha sede nell'amabile Costwolds dell'Inghilterra occidentale. Settemila impiegati, tra i quali i migliori esperti e analisti del mondo, vi lavorano. Parlano, tra loro, piu' di 150 lingue. A loro disposizione hanno 10.000 computers molti dei quali sono stati progettati appositamente per il centro.

Le immagini satellitari di cui dispongono hanno confermato l'ipotesi che i Cinesi utilizzassero dei "provocatori" per scatenare le rivolte, occasioni queste necessarie a permettere l'azione repressiva dell'Armata Popolare di Liberazione Cinese a Lhassa.

Cio' che Beijing non aveva calcolato era che le rivolte si diffondessero non solo in Tibet ma anche nelle province di Sichuan, Quighai e Gansu, trasformando larga parte della Cina occidentale in campo di battaglia.
postato da: dorideni alle ore 22:12 | Permalink | commenti
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